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EDITORIA

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CODEX SERAPHINIANUS,
L’ENCICLOPEDIA DEL VISIONARIO

Un libro incomprensibile composto da immagini impossibili e testi che non si possono leggere. Proprio per questo un testo capace di affascinare chiunque…

Quanto ci vuole per scrivere un’enciclopedia? Vincenzo Maria Coronelli, primo enciclopedista italiano (fine ‘600), impiegò 30 anni a scrivere sette dei 45 volumi complessivi che avrebbero dovuto comporre la sua incompiuta Biblioteca universale sacro-profana, antico-moderna: in cui si spiega con ordine alfabetico ogni voce, anco straniera, che può avere significato nel nostro idioma italiano, appartenente a qualunque materia. C’è da dire che se avesse perso meno tempo a scrivere il titolo, Coronelli probabilmente avrebbe potuto pubblicare almeno un paio di volumi in più. Ma oggettivamente l’idea di catalogare in ordine alfabetico il mondo conosciuto non è proprio cosa che può essere svolta da un sol uomo nel tempo di una vita. A meno che non ti chiami Luigi Serafini e nell’indecisione tra il mondo sacro e quello profano decidi di realizzare l’enciclopedia del mondo immaginario.

Il Codex Seraphinianus è proprio questo: l’enciclopedia visionaria di un mondo immaginario. Una raccolta di illustrazioni surreali gentilmente realizzate a china e matite colorate che riproducono la logica insensata di un universo parallelo: pesci che diventano occhi, rinoceronti con cornocode, uomini-monociclo e un’infinita sequenza di altre immagini molto più difficili da raccontare a parole che da osservare. Probabilmente per questo stesso motivo le illustrazioni sono spiegate da didascalie redatte in un alfabeto inesistente, inventato ad hoc dallo stesso autore e fonte di una lingua dichiaratamente priva di senso. Nonostante molti appassionati cerchino di attribuirgliene uno. Luigi Serafini, artista, architetto e designer, realizzò l’opera in due anni e mezzo quando aveva più o meno 30 anni, iniziando una sera del 1976 in cui non aveva voglia di uscire e per giustificarsi con gli amici aveva affermato di restare a casa perché doveva fare un’enciclopedia. Era davvero così, anche se non lo sapeva ancora. E sarebbe bello chiedere a Coronelli se anche lui abbia cominciato così a scrivere la prima delle 35mila voci della sua Biblioteca Universale eccetera eccetera.

Il libro ha la funzione di cambiare la vita. Si apre un libro, un giornale, e sono dei lampi spesso, che in qualche modo illuminano il nostro cervello. Magari non ci rendiamo conto, ma il giorno dopo quei lampi hanno rischiarato qualcosa. Questa è una cosa straordinaria dei libri. Hanno questa funzione. Non so se lo schermo riesce a fare lo stesso. Lo schermo si deve proprio attivare, il libro è molto più disponibile. È molto più veloce di qualsiasi connessione internet. È subito lì. È subito libro, non servono password né niente. Il libro è un grande amico dell’inconscio. Pronto a diventare oracolare, pronto a diventare il libro della Sibilla. Intendo proprio qualsiasi libro.

Luigi Serafini

Altrettanto interessante è la storia della pubblicazione. Se Serafini avesse proposto oggi l’opera ad una casa editrice, nella migliore delle ipotesi il Codex sarebbe finito sullo scaffale della cassa vicino a Le più belle frasi di Osho e Il libro delle risposte. Gli anni Settanta e Ottanta sono invece un’epoca di grande fermento nel mondo dell’immagine. Sono gli anni in cui la sperimentazione dei linguaggi visivi è la normalità, gli unici anni in cui avrebbero potuto emergere personalità come Andrea Pazienza, Crepax e Jacovitti ma anche Basquiat e Keith Haring. Solo che Serafini ha prodotto qualcosa che non è un fumetto ma non è neanche un’opera d’arte “propriamente intesa”. È un libro, e come tale deve essere adottato da un editore, possibilmente uno abituato agli azzardi. E così il Codex Seraphinianus viene pubblicato nel 1981 da Franco Maria Ricci, lo stesso che appena un anno prima aveva rispolverato e ristampato l’Encyclopedie di Diderot e D’Alambert vincendo una scommessa editoriale ed economica. In due anni, insomma, Ricci pubblica la prima enciclopedia ufficiale dello scibile e la prima (ed unica) enciclopedia del non-scibile. Erano altri tempi, lo si è detto, e un libro impossibile come il Codex incontra immediato favore in gente del calibro di Roland Barthes, che muore prima di scriverne la prefazione, e Italo Calvino, che invece scrive quella per la seconda edizione FMR.

Da allora la storia editoriale dell’opera è piuttosto rocambolesca: inizialmente il libro ottiene un grande successo in Olanda, e a pensarci bene non è sorprendente che la patria di Hieronymus Bosch abbia accolto con favore uno dei suoi ultimi eredi. Quindi il libro viene pubblicato in America, Germania e Olanda, mentre l’edizione originale FMR aumenta il suo valore fino a superare oggi i 2.000 euro nel mercato dei libri (e raggiungere tranquillamente persino i 4mila). Nel frattempo il Codex viene ristampato da Rizzoli vendendo 12mila copie e raggiunge altri paesi esteri, tra cui la Cina. Risultato comprensibile: per quanto il libro sia mediamente caro, è lecito supporre che i costi di traduzione siano piuttosto trascurabili e la visionarietà possa essere considerata a tutti gli effetti un linguaggio universale. In fondo, come dice Serafini, il Codex è frutto del tentativo di realizzare un libro che fosse in grado di rendere tutti analfabeti, e quindi tutti potenziali lettori: un libro che doveva creare una sorta di analfabetismo universale. Tutti stanno di fronte al Codex come dei bambini che devono imparare a leggere, che è una sensazione fra l’altro bellissima che tutti ricordiamo o che abbiamo visto con figli e nipoti. Quel momento magico dove non sapendo ancora leggere si imitano gli adulti, un momento fantasmagorico, fantasmatico, mitopoietico nel quale la fantasia si libera nell’imitazione degli adulti che leggono cose incomprensibili.
Come si fa a non volergli bene?

N.B: Luigi Serafini è un personaggio che merita un approfondimento, così come la sua opera. Vi consigliamo la divertente intervista rilasciata a Gabriele Ferraresi su Dailybest, l’articolo di Hamelin su Fumettologica e l’ottimo articolo di Ludovica Lugli su Il Post.

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