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LIBRI IMPEGNATI:
LA CITTÀ DELLE DAME

Sapevate che la prima scrittrice professionista della storia realizzò il primo libro femminista della storia? Beh, ora lo sapete. Ma ci sono molte altre cose incredibili da scoprire su Christine de Pizan e la sua opera più famosa…

Correva l’anno 1405, la Guerra dei Cent’anni era più o meno al giro di boa e l’America era ancora lontana dall’essere inventata. Una donna poco più che quarantenne, italiana di nascita ma parigina di adozione, scrive un libro destinato a diventare una pietra miliare dei diritti civili, in riferimento alla tutela dei diritti delle donne: il Livre de la Cité des Dames (La Città delle Dame). Un libro del tutto originale per tema e trattazione, la cui genesi è ancora più appassionante se ripercorsa insieme alla vita della sua autrice: Christine de Pizan.

Christine de Pizan nasce Cristina da Pizzano a Venezia nel 1365, letteralmente sotto una buona stella. Il padre Tommaso è infatti un astrologo (e medico) molto quotato, autore di due decisioni determinanti per il futuro della figlia: il trasferimento a Parigi, alla corte di Carlo V, e la scelta di impartirle un’educazione scolastica, pur contro la volontà della moglie. Christine cresce e diventa una donna colta e rispettata, cosa che non le impedisce di sposarsi e mettere al mondo tre bambini. Poi il decennio che spariglia i giochi: tra il 1380 e il 1390 muoiono, nell’ordine, il re che l’aveva stimata, il padre che l’aveva educata e il marito che aveva amato. E lei si ritrova in balia degli eventi: nel ‘300 puoi essere intellettuale quanto ti pare ma se sei una donna priva della protezione di un uomo – qualsiasi ruolo egli abbia nella tua vita – rischi di andare incontro ad un futuro molto complicato.

Insomma, Christine a venticinque anni si sente schiacciata da quella stessa ruota della fortuna cantata (e miniata) nei Carmina Burana. Ma la sua ruota evidentemente gira a velocità doppia: a corte iniziano a circolare i versi che si diletta a comporre e vengono apprezzati al punto da venirle richiesto di metterli per iscritto. Cosa che lei fa immediatamente, e che la rende velocemente famosa. Christine diventa una “cosa” nuova per il suo tempo: una donna che scrive. E alla nobiltà europea dell’epoca questa cosa piace tantissimo, al punto che i Visconti la vorrebbero alla loro corte e il duca di Borgogna le commissiona la biografia di suo fratello, il defunto Carlo V. Lei scrive di tutto: poesia, narrativa, saggistica, politica… e la sua prolificità alimenta addirittura la bottega di scrittura che essa stessa dirige. Un intero scriptorium laico con copisti, rilegatori e miniatori a suo servizio. Praticamente Christine de Pizan, sessant’anni prima dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, integra da sola l’intera filiera editoriale, dalla scrittura alla vendita del libro.

Arriva quindi la pagina della storia da cui abbiamo preso avvio. Nel 1405 Christine de Pizan è sufficientemente sicura della sua posizione da potersi permettere il componimento di un libro non commissionato, un libro con cui esprime la sua critica nei confronti della concezione della donna dominante al suo tempo. Un’idea di donna portata avanti da opere letterarie molto popolari e ben identificate nell’immaginario dell’autrice, che infatti le chiama al banco degli imputati: Le Roman de la Rose (XIII sec.), le Lamentationis de Matheolus (XIII sec.) e il De Mulieribus Claris (1362) di Giovanni Boccaccio. L’accusa nei confronti di quest’ultima opera ha tra l’altro un sapore paradossale. Boccaccio decise di scrivere un’opera per celebrare la vita di donne celebri perché Petrarca, una trentina di anni prima di lui, aveva composto un’opera dedicata esclusivamente alla biografia di uomini illustri (De Viris Illustribus). Ma allora perché Christine se la prende con lui? Beh, perché la sua trattazione delle donne risulta un tantino ipocrita alle orecchie della nostra parigina. È vero che l’autore toscano aveva messo le donne sotto i riflettori, ma al contempo aveva ribadito l’opportunità che il gentil sesso perseguisse i tradizionali valori di castità, silenzio e obbedienza e non mettesse troppo piede nella sfera pubblica. Nell’interesse della stessa donna, dice Boccaccio, che poi sennò finisce per lamentarsi della pressione sociale incontrata. Da ultimo, nessuna menzione all’opportunità di fornire alle bambine una qualsiasi forma di educazione che non fosse religiosa. Ecco, questa cosa in particolare Christine non riesce proprio a mandarla giù. La chiave del suo pensiero risiede proprio nella convinzione che non è la natura a stabilire una priorità tra uomo e donna, ma una cultura dominante che impone una disparità di accesso all’educazione tra i sessi.

Prende forma così l’universo onirico e utopico della Città delle Dame, anticipazione della città ideale del Rinascimento, dove Ragione, Rettitudine e Giustizia aiutano materialmente Christine a costruire, mattone dopo mattone (ovvero grande donna dopo grande donna), l’inespugnabile fortezza che racchiude tutti i valori connessi all’universo femminile. Il libro si situa all’interno di un dibattito intellettuale sulla considerazione della donna nella società che, pur con i dovuti distinguo, in sei secoli dimostra ciclicamente la sua perenne attualità. A dimostrarlo anche il numero di opere letterarie, teatrali o cinematografiche che nel corso del tempo si sono ispirate più o meno palesemente al libro (emblematico, seppure in senso negativo, il film La città delle Donne di Federico Fellini) o alla vita straordinaria di Christine de Pizan. Tra le opere più interessanti vogliamo citare Christine e la città delle dame (Laterza, 2015), il libro per bambini scritto da Silvia Ballestra e illustrato da Rita Petruccioli, pensato per raccontare la parità tra maschietti e femminucce ai lettori più piccoli. Tra i tanti saggi sulla scrittrice, forse l’opera che meglio di ogni altra sembra in grado di portare avanti concretamente il pensiero della nostra Cristina da Pizzano.

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