Seleziona una pagina

EDITORIA

EDITORIA

LIBRI MALEDETTI
I CARMINA BURANA

Un codice del XIII secolo ci permette di conoscere i clerici vagantes, veri bad boys medievali autori di pezzi che neanche i Rolling Stones avrebbero osato creare.

L’idea è questa: parlare dei Carmina Burana sfruttando il formidabile incipit composto da Carl Orff per la loro versione orchestrale. Chiunque ha ascoltato almeno una volta nella vita questo inconfondibile incedere ritmato di percussioni e ottoni su cui si innesta la voce solenne del coro che si rivolge in latino alla Fortuna. Si tratta di uno dei brani più popolari del novecento, che potete gustare qui sotto nella scenografica versione eseguita ad Avignone nel 2018 dal Coro dell’Opera di Parma.

Come avrete intuito, i Carmina Burana vengono composti secoli prima della versione musicale di Orff. E non si chiamano neanche Carmina Burana. Anzi, in realtà non hanno un vero e proprio nome: costituiscono infatti una raccolta di poemi medievali trascritti tra tre diversi amanuensi e raccolti nel XIII secolo in un unico codice miniato custodito fino al 1803 nel monastero benedettino di Benediktbeuern, in Baviera. Trasferito nella Biblioteca Statale di Monaco, il manoscritto viene scoperto nel 1847 dal curatore, tale Johann Andreas Schmeller. È lui a promuovere la pubblicazione del testo sotto il nome di Carmina Burana, ovvero i Poemi della Bura (del monastero, insomma), lasciando ad uso degli addetti ai lavori il più formale titolo di Codex Latinus Monacensis 4660.

Senza entrare troppo nel dettaglio, i Carmina Burana sono complessivamente 228 poemi redatti in latino e tedesco (con poche eccezioni in provenzale antico e vernacolo), decorati da otto miniature. Tra queste l’illustrazione della Fortunae Rota posta a corredo del poema O fortuna rappresenta in modo esemplare una concezione ciclica del destino così diffusa e ricorrente da essere rilevabile nella filosofia di Boezio, nella citata messa in scena avignonese dei Carmina, nei tarocchi di Marsiglia e persino nel programma televisivo statunitense The Wheel of Fortune, noto ai più per la versione italiana condotta da Mike Bongiorno.

Ma Fortuna a parte, di cosa parlano questi poemi? Ecco, questo è uno degli aspetti più interessanti dell’opera: raggruppati in quattro sezioni tematiche, i Carmina Burana sono poesie erotiche, anticlericali e goderecce. Cantano l’amore a patto che sia carnale (Carmina veris et amoris), celebrano le gioie della vita basate su dadi e vino (Carmina lusorum et potatorum), descrivono la liturgia in forma parodistica sfiorando la blasfemia (Carmina divina), condannano attraverso la satira la corruzione diffusa nelle gerarchie ecclesiastiche (Carmina moralia). Se uno si limitasse a leggere le sintesi avrebbe la sensazione di trovarsi di fronte ad una sceneggiatura dei Monty Python. E invece no, perché – a sorpresa – gli autori sono proprio uomini di chiesa.

Uomini di chiesa sui generis, questo va detto: studenti girovaghi di varia estrazione sociale, medievali antenati della generazione Erasmus, i clerici vagantes furono una forma del tutto peculiare di intellettuale fiorita soprattutto tra l’XI e il XIII secolo, in concomitanza con lo sviluppo delle università. Coincidenza di opposti e sintesi di atteggiamenti apparentemente contraddittori, i chierici vaganti erano sì membri della Chiesa ma spesso contraddistinti da un atteggiamento fortemente critico nei suoi confronti. Godevano dei privilegi dovuti agli ordini minori e in alcuni casi raggiungevano posizioni di rilievo nel mondo accademico dell’epoca (anch’esso strettamente legato alla Chiesa), ma potevano fregiarsi di una libertà impensabile per il clero più organico e integrato. Si spostavano di università in università – e dunque a quel tempo di diocesi in diocesi – mossi dalla fama di un insegnante o da precisi scopi accademici, conducendo una vita solitamente irregolare. I loro spostamenti e l’attività accademica li portarono a maturare una coscienza critica in seno alla Chiesa stessa, per lo più in riferimento alla sua gerarchia e alle pratiche politiche o simoniache. Alcuni aderirono alla riforma ecclesiastica voluta da papa Gregorio VII, attribuendo al movimento una connotazione anticuriale, più che anticlericale (interessante a riguardo il post di Luca Fialdini). In ogni caso, i chierici vaganti scelsero la poesia come mezzo per esprimere la propria sferzante critica nei confronti dei malcostumi della Chiesa del loro tempo.

Una curiosità: Golia è un nome citato più volte nei poemi dei chierici, sia come autore che come personaggio (nei Carmina Burana, ad esempio, compare La confessione di Golia, un manifesto dello stile di vita debosciato in forma di ballata). Secondo alcuni studiosi si tratta di omaggi al celebre teologo “ribelle” Pierre Abélard, definito Golia in chiave dispregiativa dai suoi detrattori (per primo san Bernardo di Chiaravalle). In ogni caso, proprio al personaggio biblico fa riferimento l’appellativo Goliardi con cui si prese a chiamare la fronda più ribelle dei chierici vaganti.

Siamo partiti dalla musica e con la musica concludiamo. Una delle caratteristiche meno note dei Carmina Burana è legata al fatto che i poemi in origine erano musicati, e proprio per questo vennero definiti carmina (canzoni, in latino). Solo 47 brani presenti nel codice, tuttavia, riportano una notazione ad una riga, che ha permesso ad alcuni studiosi di ricostruire con un buon grado filologico le melodie che accompagnavano le parole. Naturalmente la musica è ben lontana dalle sonorità impetuose che Carl Orff compose nel 1936 (e che gli provocarono decenni più tardi ingiuste accuse di simpatia nei confronti del regime nazista). Insomma, se volete un assaggio di musica indie del XII secolo potete ascoltare le incisioni dello Studio der Frühen Musik e lasciarvi trasportare in una locanda medievale dove tra una cetra, un tamburello e qualche buon bicchier di vino, un chierico si faceva beffe della morale dominante e si vantava delle sue avventure amorose. Evidentemente inconsapevole di vivere nei secoli bui del Medioevo… 

P.S.: Se volete provare l’ebbrezza di sfogliare il Codex Latinus Monacensis 4660, potete farlo qui!

Share This