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EDITORIA

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PIÙ LIBRI…
PIÙ LIBERI?

Qualche riflessione di seconda mano sull’editoria italiana dopo il successo di Più Libri Più Liberi 2019.

La diciottesima edizione di Più Libri Più Liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria, ha animato l’inizio di dicembre romano anche quest’anno riempiendo di libri, autori e case editrici la Nuvola dell’Eur. In cabina di regia come sempre c’è AIE, che prosegue nella sua golden age inanellando un altro successo e ribadendo implicitamente di non essere uno strumento ad esclusivo uso delle grandi case editrici. Ma questa è un’altra storia: alla fine dei giochi la fiera ha superato le centomila presenze e dunque in giro si leggono solo commenti positivi.

Tra i molti commenti (per lo più noiosetti, va detto) pubblicati in queste giorni sulla Fiera e i suoi bilanci, ce ne sono un paio particolarmente interessanti e quasi involontariamente in relazione tra loro. La prima è l’ottima (e provocatoria) riflessione di Paolo Armelli su Wired, che parte dai dati presentati da AIE. Il presupposto è quello comune a tanti articoli: il settore editoriale in Italia è nuovamente contraddistinto dal segno più, in continuità – ma con più forza – rispetto agli ultimi anni. Non solo: la piccola e media editoria cresce ad un tasso doppio rispetto a quello del mercato (fonte: Corriere della Sera) e i diritti italiani ceduti all’estero aumentano dell’8,7%. Tutte constatazioni di ottima salute nel settore dell’editoria, dunque. Eppure. Eppure Armella, rimarcando l’arretratezza delle case editrici nei confronti del digitale e l’opulenta produzione di libri orgogliosamente afferenti alla dimensione di libroide (vedi alla voce Giulia De Lellis con celebri corna annesse), individua un fenomeno piuttosto curioso e molto italiano:

Gli editori italiani sono stati per decenni fra i più valenti in Europa, spesso lo sono ancora oggi ma sono paralizzati da una specie di paura del declino, già come si fossero imbalsamati in una preventiva cripta dei Cappuccini. Il problema è che spesso la produzione (sì, si tratta di produzione) di libri segue logiche stantie e automatiche che poco hanno a che vedere con certe esigenze culturali e ben che meno hanno a che fare con le esigenze dei lettori, e quando ce l’hanno non ci arrivano perché comunicati in modi dissennati. (…) Una fotografia perfetta di questa crescita paradossalmente statica: i libri ci sono, i libri perfino si vendono, forse gli editori ancora non hanno ancora capito bene cosa farne.

Gabriella Conte su Ninja Marketing descrive invece il rapporto di PLPL con l’innovazione: provenendo da un settore limitrofo a quello dell’editoria, la blogger ha messo in risalto le sperimentazioni di cui PLPL2019 si è fatta vettore. Tra cui una in particolare: lo speed date tra influencer ed editori organizzato per promuovere degli elevator pitch. Se non ci avete capito nulla non vi preoccupate: ho dovuto usare Google e Instagram per comprendere di cosa stavamo parlando e per scoprire una dimensione social popolata da ragazze molto spigliate dedite a recensire (ma credo che il termine promuovere sia più opportuno) i libri che ritengono degni di considerazione. Un po’ come fa Chiara Ferragni con trucchi e outfit, solo che qui si parla di pagine di carta e di parole scritte. Se state storcendo il naso, mettetevi l’anima in pace: sono loro che spiegano – presumibilmente alle fasce più giovani di aspiranti lettori – chi o cosa valga la pena leggere. Gli organizzatori di PLPL19 hanno avuto un’ottima idea nel creare un’occasione di incontro tra piccoli editori e queste giovani messaggere dell’editoria. Ma è anche un segno dei tempi l’adozione forzata di un format che impone alla lettura, attività lenta per antonomasia, di confrontarsi col digitale e la sua frenetica velocità.

Alla fine della fiera (è proprio il caso di dire), restano nel setaccio i dubbi sollevati da Armella: dove va l’editoria italiana, spinta dai suoi trend positivi? Uscirà dalla sua “cripta dei cappuccini”? Viaggerà verso un miglioramento qualitativo dell’offerta libraria o si limiterà a cercare nuove forme di promozione e qualcosa in grado di intercettare le esigenze del mercato in maniera sempre più precisa? E da questo la domanda delle domande: siamo davvero sicuri che la bibliodiversità a cui fa riferimento il nome stesso della manifestazione romana si esprima in modo virtuoso attraverso l’ipertrofico aumento della quantità di libri prodotti?

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