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EDITORIA

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SALTO 2019, UN DIARIO MINIMO

Dopo averne tanto parlato, siamo andati di persona alla scoperta del principale evento dell’editoria italiana…

– Salone senza frontiere –

La prima immagine del Salone del Libro è una fila chilometrica ai tornelli, che ricorda più Giochi senza Frontiere che il Gioco del mondo a cui fa riferimento il tema 2019. È il primo pomeriggio di sabato e solo oggi, a festival chiuso, scopro essere stato il momento con la maggior affluenza in un evento che ha registrato complessivamente 148mila presenze (4mila in più rispetto allo scorso anno). All’ingresso mi spiegano che per il porta badge devo raggiungere l’Oval. Per la prima volta ho a che fare con questo luogo mitico difficile da trovare all’inizio, difficile da raggiungere per tutto il resto della manifestazione. Un  po’ una terra promessa piene di meraviglie: l’Oval è il pentolone che contiene Sellerio, Feltrinelli, Adelphi, Rizzoli, Einaudi, Rai e un sacco di altri stand dove succedono quasi tutte le cose più mondane. Questo spazio è unito tramite un cordone ombelicale giallo ai tre padiglioni “classici” del Lingotto Fiere. Anche lì succedono cose, solo che per spostarsi da uno spazio all’altro bisogna percorrere questa specie di passerella di Christo (no, non è una bestemmia, ricorda proprio quella installata dall’artista sul lago d’Iseo: the Floating Piers) prendendo parte ad una incessante e lenta processione, sempre mal sintonizzata con la quantità di tempo a disposizione.

– Zerocalcare ma tanta gente –

Il primo pomeriggio trascorso al Salone è servito solo per capire come ci si muove tra padiglioni più o meno sperduti, come si doma un programma che ogni quarto d’ora fa partire 10 eventi diversi e come si sopravvive al caldo bestiale prodotto dalla folla. Ammetto un po’ di scoramento. Tra le scoperte più rilevanti della giornata, uno dei principali motivi per cui l’Oval è pieno di gente: Zerocalcare. Lo stand Bao Publishing è nettamente uno dei più frequentati e la colpa è in buona parte sua, dell’onesto Michele Rech che come un devoto amanuense si mette lì seduto e fa disegni a tutti quelli che si mettono in fila (e sono tanti). Regalo una foto ricordo alla coppia eletta ad ultima beneficiaria di un disegno (e quindi condannata a dire a tutti gli altri che non c’è niente da fare) e una a Zerocalcare, che siccome non ama essere fotografato (o almeno così mi dicono) è rappresentato dal suo avatar.

– Il tragico Umanesimo –

Parto battagliero la domenica: idee chiare, accredito al collo, vestiti leggeri. Il primo appuntamento è con Massimo Cacciari e Alberto Asor Rosa che parlano di Umanesimo e Machiavelli. Ok, diciamo che non è proprio la colazione dei campioni, ma ci sta. Faccio poca fila con un manipolo di giornalisti che a occhio e croce ha conosciuto Machiavelli di persona e preparo il mio bel quadernino degli appunti. L’incontro è interessante: ognuno presenta il libro dell’altro. Inizia Asor Rosa con La mente inquieta – Saggio sull’Umanesimo (Einaudi) di Cacciari. A dispetto delle esortazioni alla fretta del moderatore, il critico è calmo, pacato. Lento. E questo favorisce la qualità calligrafica dei miei appunti, che preservano un concetto su tutti: l’Umanesimo non è quella roba liscia e pacificata che ci hanno raccontato a scuola. Tutt’altro. L’Umanesimo è tragico, conflittuale, vicino al pessimismo leopardiano che vede l’uomo perennemente insoddisfatto. Come lo stesso Asor Rosa, ad esempio, che vorrebbe almeno un paio d’ore per spiegare questi concetti e invece gli toccano appena venti minuti. Però il concetto viene ripreso da Cacciari stesso, che ci mette il carico parlando del libro Machiavelli e l’Italia (Einaudi). In fondo quale miglior esempio di frustrazione umanista se non quella del politico/intellettuale toscano, che passa la sua intera esistenza a cercare qualcuno che metta in pratica la sua idea di stato? Niente, se l’Umanesimo vede l’uomo al centro, l’uomo sente il peso politico e storico di questa centralità. Sorridendo Cacciari chiede ad Asor Rosa se non ci sia qualcosa di autobiografico nella sconfitta politica di Machiavelli e nel suo ritirarsi nell’insegnamento. Asor Rosa ridacchia e risponde che se qualcosa di autobiografico c’è, potrebbe essere l’autobiografia di entrambi. Risate in sala. Sipario.

– Quanta TV tra questi libri –

Lo hanno detto in tanti: i numeri del Salone sono stati trainati dalla quantità di piccole, medie e grandi celebrità che vi hanno preso parte. È tutto un gran calderone che però suggella soprattutto un matrimonio: quello tra televisione e libri. Sì, ci sono anche lo sport e la politica (poca: ci sono le elezioni), ma il binomio tv-editoria sembra davvero quello più convincente. Una prova evidente la fornisce mamma Rai, che allestisce praticamente un intero villaggio dove passano Alberto Angela, Andrea Delogu, Bruno Vespa, la Banda Osiris, Ascanio Celestini e una nutrita carovana di personalità del piccolo schermo, tutti nella veste di scrittori. Mentre si susseguono incessanti le dirette radiofoniche e il pubblico si accalca (impossibile anche solo intravedere il buon Alberto). Il meccanismo è perverso ma perfetto: la Rai vende piccole quote azionarie delle proprie celebrità in forma cartacea, consapevole che il pubblico è ben disposto verso l’acquisto non tanto del libro, quanto del vip che lo ha scritto. Da par suo l’audience si appropria di un pezzetto del suo beniamino e fa tutti contenti. Soprattutto chi incassa.

P.S.:Proprio di fronte all’ipertrofico stand della Rai c’è la palermitana Navarra, di cui abbiamo parlato e che ha molto da dire. Faccio la loro conoscenza e mi complimento di persona per l’iniziativa contro la mafia promossa nelle scuole, sfogliando il libricino su Danilo Dolci che unisce didattica, poesia e impegno civile.

– Edith, Lella e Michela –

Tra le cose che uno mai nella vita si aspetterebbe di incontrare, c’è Lella Costa che parla di Edith Stein. Di più: Lella Costa che parla di Edith Stein in un libro presentato da Michela Murgia. Lo ammetto: mi accosto a questo incontro non proprio con diffidenza, ma almeno con prudenza. Non riesco a conciliare l’immagine della filosofa martire in un campo di concentramento con quella di una donna dello spettacolo. E invece ho torto: pur essendo un libro scaturito da esigenze editoriali (Lella Costa ammette che il tema le è stato proposto dalla casa editrice Solferino, e che lei non sapeva praticamente nulla di Edith Stein prima di allora), Ciò che possiamo fare è un libro che merita attenzione. Perché mai come di questi tempi è necessario adottare un approccio divulgativo a temi complessi e “alti” come quello che l’opera propone: la libertà di Edith Stein e lo spirito dell’Europa. In realtà il tema sotteso è fortemente legato all’esser donna e la chiacchierata torna spesso sul confronto tra i sessi. Le possibilità di carriera nel rapporto tra la filosofa e il suo mentore Husserl. La diversa dignità che distingue il prete dalla suora. Il paragone (particolarmente suggestivo) tra Edith Stein e don Lorenzo Milani, entrambi di origine ebraica. Il discorso è insieme intenso, brioso e commovente. Impressiona la preparazione di Michela Murgia sui temi religiosi. Ed è molto interessante la constatazione per cui il monachesimo ha rappresentato per secoli l’unica via praticabile per le donne che volevano preservare il proprio percorso intellettuale. Un monachesimo sinonimo di libertà, dunque, a dispetto dell’immaginario comune. Mi hanno convinto. Alla fine dell’incontro vado a comprare una copia e mi metto diligentemente in fila per l’autografo. Quando Lella Costa mi vede si rallegra del fatto che i complimenti arrivino da un ragazzo. Questo mi fa riflettere: se la parità dei sessi passa attraverso la consapevolezza delle parti in gioco, la scarsissima presenza maschile all’incontro ha il sapore di un’occasione persa. Pazienza.
Le chiedo una dedica per mia moglie, convinto che il libro saprà esserle di ispirazione. Lei sorride, firma e mi saluta.

– Vittorio Sgarbi e le censure –

L’arrivo di Vittorio Sgarbi in sala Azzurra (da non confondersi con la sala Ciano, che forse è il motivo per cui Casapound ha pensato fosse una buona idea presentarsi al Salone) è folgorante. Il Mick Jagger dell’editoria d’arte. Si fa largo tra una selva di cellulari bramosi di catturare una sua immagine, sorride, stringe mani e scambia qualche battuta ammiccante a persone che evidentemente ne sanno una spanna più di noi sulla vita. In sala è una partenza bruciante: Sgarbi non ha bisogno di nessuno per presentare il suo Novecento – Volume II, né per promuovere affettuosamente (a modo suo, è chiaro) il lavoro della casa editrice della sorella Elisabetta (La Nave di Teseo), né per lanciare un’invettiva contro la decisione di escludere dal Salone la casa editrice vicina all’estrema destra. A tale riguardo denuncia l’assurdità della posizione assunta dal Salone, reo di «usare i cannoni contro una zanzara, mentre ospita lo stand degli Emirati Arabi, paese in cui ancora è in vigore la pena di morte». Difficile dargli torto. Afferma che nessun altro sindaco si sarebbe comportato come Chiara Appendino, ma questa è solo una carezza a Piero Fassino che presenzia in prima fila. Poi parte lo show. L’inutilità della Biennale di Venezia e il piatto forte: la splendida carrellata di pittori del ‘900 dimenticati perché non allineati all’estetica dominante. Tra una battuta e un’immagine, scorre un appassionato elenco di artisti figurativi raccolti in un libro che vuol rendere dignità agli esclusi dalle leggi del mercato e del gusto imposto. Artisti oggetto di una censura che il Critico cerca di demolire. Lo ammetto: avevo già in libreria altri cinque volumi della sua serie sugli artisti “ignorati”, per cui non è stato difficile decidere l’acquisto dell’ultimo libro. L’evento si chiude con una piccola stoccata sulla censura al direttore artistico del Salone, Nicola Lagioia, che nel frattempo ha raggiunto la sala. Ma nessuno dei due ha voglia di buttarla in polemica e così il tutto si chiude tra sorrisi e la disponibilità di Sgarbi alla chiacchiera con il pubblico in cerca di autografo.

– Gli assistenti zen –

Non ditelo a Sgarbi, ma dopo la sua presentazione vado a vedere quella di Daverio. L’appuntamento parte con mezz’ora di ritardo, e devo fare un pubblico encomio ai giovani assistenti (numerosi come oompa loompa) che fuori dalle sale continuano a rispondere alle medesime domande poste dal pubblico con una calma che forse non avrei. «Chi c’è in sala?», «Dove inizia la fila?», «Io ho l’accredito stampa, dove faccio la fila?», «Riuscirò ad entrare se mi metto in fila ora, anche se la fila arriva già a Cuneo?», «Qual è il sesso degli angeli?». Loro restano impassibili, non sorridono né s’incazzano, recitano le risposte come un mantra. Forse hanno capito il segreto dei bonzi per vivere sereni: fregarsene. Di tutto.

PS: E comunque bastava organizzare due cartelli con scritto Fila per il Pubblico e Fila per la Stampa per risparmiare ettolitri di saliva.

– Daverio, il paraguru

Philippe Daverio è un ottimo oratore, un maestro nel gestire l’effetto sorpresa. Insomma, un paraguru, come lui stesso definisce i membri del movimento cultural-politico che vorrebbe fondare. E a proposito di sorprese, tanto per cominciare scopriamo che l’incontro è condotto da Shel Shapiro, cosa non proprio ordinaria visto che Daverio non mi risulta facesse parte dei Rokes. I due danno l’impressione di divertirsi parecchio (e di non avere una scaletta). Il discorso è piuttosto disarticolato ma il concetto è chiaro: l’Europa – e l’Italia in particolare – è fatta di compenetrazioni, commistioni, incroci di idee, pensieri e soluzioni. Niente di nuovo, a dirla tutta, solo che nel libro Quattro conversazioni sull’Europa (Rizzoli) questa consapevolezza si avvale di aneddoti e racconti che rendono la faccenda particolarmente concreta e avvincente. Shel Shapiro definisce il libro «una Novella 2000 lunga milleduecento anni» e Daverio se ne compiace. L’incontro è per lo più una danza di nomi: Churchill, Trotsky, San Colombano, Levi-Strauss, Renzi, Trump, Carlo Magno e infiniti altri, in un continuo saltellare di curiosità in curiosità per descrivere il complesso mosaico di incastri che risponde al nome di Europa.

PS: mentre guadagno l’uscita l’innocuo dialogatore di una ONG pescata nel mazzo ferma Shel Shapiro scambiandolo per Kabir Bedi. «Ehi, ma lei è proprio… Posso fermarla un attimo a lei che mi ricorda proprio Sandokan?». Il povero Shel sorride e butta una risposta di cortesia, mentre nel suo sguardo leggo la consapevolezza di quanto in certi momenti sia una vera sfiga essere nati british.

– Libracci per tematiche sociologiche –

Un fatto curioso mi capita alla fine della giornata. Attratto dalla ressa di persone (dove c’è fumo ci deve essere fuoco), raggiungo lo stand del Libraccio e finisco in un B-movie degli anni ’50: orde di zombie si muovono lentamente tra scaffali che ribollono di libri usati venduti a poche manciate di euro. Tutti sono concentratissimi mentre scorrono i dorsi dei libri nella speranza di trovare l’affare del giorno o il Secondo Libro della Poetica di Aristotele, ignorando chiunque altro abbiano intorno. Proprio mentre sto per desistere da qualsiasi ambizione di acquisto, mi cade l’occhio su un libro finito in una categoria sbagliata di uno scaffale perimetrale. Si tratta del libro Riabitare l’Italia curato da Antonio De Rossi (Donzelli). Ho un lampo: ricordavo di aver incrociato questo titolo tra le mille presentazioni di libri ma non gli avevo dato troppa considerazione per via dell’assenza di una qualsiasi nota descrittiva nel programma. Un peccato, perché si tratta di un libro-progetto che invece merita tutt’altra dignità (e di cui sarei andato molto volentieri ad ascoltare la presentazione). Il tema è quello dell’Italia marginale, quella dello spopolamento e dell’abbandono, che nel libro viene letta analiticamente per conquistare una nuova prospettiva. La quarta di copertina è illuminante: «Invertire lo sguardo. Guardare all’Italia intera muovendo dai margini, dalle periferie. Considerare le dinamiche demografiche, (…), le contraddizioni e le opportunità per una volta all’incontrario. Partendo dalla considerazione che l’Italia del margine non è una parte residuale; che si tratta anzi del terreno forse decisivo per vincere le sfide dei prossimi decenni.»
Naturalmente il libro è entrato nella mia faretra, e una volta letto sarà oggetto di un ragionamento specifico su un tema che mi sta molto a cuore.

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