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IL LAUDARIO DI CORTONA,
ALLE RADICI DELLA CANZONE ITALIANA

Sanremo si avvicina e noi mettiamo su un magnifico album jazz che ci racconta cosa si cantava quando, nel XIII secolo, si iniziava a cantare in italiano.

Ci sono dei momenti in cui il dialogo tra la tromba di Paolo Fresu e il bandoneon di Daniele Di Bonaventura è così misurato, essenziale e remoto che il Laudario di Cortona sembra essere stato scritto per loro, settecentocinquanta anni fa. E viceversa il volgare del tredicesimo secolo pronunciato dalle eteree voci del Gruppo Vocale Armoniosoincanto, tra una sciabolata di flicorno e un tappeto sincopato di basso e batteria, pare così contemporaneo da far pensare che, in fondo, la musica ha sempre qualcosa di qui e ora. Insomma: la premessa è potete anche smettere di leggere questo post e dedicarvi all’ascolto di Altissima luce (Tǔk Music, 2019). Prendetevi del tempo, abbassate le luci e lasciatevi incantare.

L’album nasce da un’idea che Fresu ha coltivato per un bel po’ prima di darle vita. Il progetto era quello di pubblicare un’interpretazione contemporanea (e jazz) del più antico canzoniere italiano. Non un canzoniere inteso alla Petrarca, sia chiaro, ma sicuramente un testo pop quanto quelli che alimentavano le chitarre intorno ai falò sulla spiaggia. Scoperto casualmente nel 1876, il Laudario di Cortona venne composto tra il 1270 e il 1297 nella città aretina dove è tutt’ora conservato. Le quarantacinque laudi in volgare musicate (su oltre sessanta contenute) redatte nei suoi circa 170 fogli di pergamena ne fanno la più antica collezione di testi in italiano musicati giunta sino a noi. Naturalmente si tratta di musica scritta secondo i canoni gregoriani: tetragramma (quando si è fortunati) e neumi, per cui la durata di ogni nota resta di competenza dei filologi. Poco importa. Il testo è soprattutto una straordinaria fotografia della nostra lingua composta pochi decenni dopo la sua nascita. Anzi, qualcosa di più: ci racconta l’origine del nostro celebre cantautorato.

Pare che nel XIII secolo se la cantassero un po’ in tutta Europa. In Francia trovatori e trovieri, in Austria e Germania meridionale si componevano già ricche canzoncine (con la probabile complicità della birra) e altrettanto accadeva in Spagna. Le scuole letterarie dettavano il passo di una pratica sempre più diffusa. Da noi le cose andavano in maniera diversa: musica e poesia si incontravano quasi esclusivamente nell’ambito popolare religioso, con la determinante complicità del neonato ordine francescano. Se tutti sappiamo che San Francesco nel 1224 tenne a battesimo la poesia in volgare italiano con il suo Cantico delle Creature (o Cantico di Frate Sole), meno noto è il fatto che fu anche l’autore del suo accompagnamento musicale. Proprio così: san Francesco non è stato il primo poeta in volgare, ma il primo cantautore.

Il Laudario di Cortona è l’espressione più concreta di quanto sia stato vitale l’apporto dei frati alla diffusione del volgare (e della musica). La sua redazione si deve proprio all’ambiente francescano cortonese, anche se i testi attingono a numerose e suggestive influenze. Se non è chiaro l’apporto del coevo Jacopone da Todi, altra grande firma francescana del nostro volgare, è invece sicura l’influenza della cultura araba sefardita nella composizione delle rime, che lascia intuire la fondamentale influenza delle grandi vie di pellegrinaggio nella formazione della nostra cultura popolare. Siamo di fronte ad un cambiamento di portata storica: se il canto gregoriano in latino aveva consolidato la cultura altomedievale dei monasteri e delle cattedrali, nel XIII secolo è il canto di laude a farsi largo nelle piazze. La forma di predicazione “su strada” richiede infatti linguaggi più immediati ed incisivi, e il volgare musicato sembra rispondere efficacemente a questa esigenza.

Il Laudario dimostra tuttavia che la predicazione si faceva pop senza per questo trascurare la raffinatezza linguistica. Rime, metrica e lessico lasciano trasparire un’attenta composizione dei testi, mentre il contenuto delle laudi, pur riferito alla vita di Cristo, della Vergine Maria e dei santi, non è scevro delle passioni e dei sentimenti che abitano il popolo. Perché era importante che il popolo le riconoscesse e fosse in grado di far proprio il messaggio evangelico. Ed è questo un dato che mi colpisce: le laudi si sviluppano come formidabile strumento di predicazione in virtù del fatto che incontravano la sensibilità del popolo che ascoltava. E se il popolo era sensibile a questi testi, vuol dire che la poesia in volgare aveva maturato una presa fortissima e diffusa sul loro immaginario. Insomma: se oggi la propaganda viaggia sui meme dei social network, nel XIII secolo viaggiava nella poesia delle laudi. Ed erano quelli i secoli bui.

 

P.S.: Un’ultima curiosità: anche il canto gregoriano ha la sua versione jazz, un poco più datata rispetto al recente album di Fresu. Si tratta dell’album Officium di Jan Garbarek, pubblicato nel 1994 per ECM. Come Altissima luce, anche questo album si rivela estremamente equilibrato nell’evocare l’eco delle cattedrali tra aperture di sax e cori in latino (ricorda un po’ le atmosfere rarefatte e newage di Brian Eno). I due album, entrambi trattati molto bene dalla critica, si attestano come ambasciatori di un passato remoto che non ha alcuna intenzione di rinunciare alla contemporaneità.

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