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LA ROSA PURPUREA DI ROSSANO

Ancora un testo antichissimo, ancora un testo magnificamente illustrato. Raccontiamo il Codex Purpureus Rossaniensis, un patrimonio della Calabria e dell’umanità

«Si tratta del più importante monumento bizantino dopo le basiliche di Ravenna. Un monumento che da solo, con quelle sue storie che con un ingrandimento sarebbero viste come opere di Giotto o Michelangelo (…), rappresenta una testimonianza fondamentale del mondo cristiano e dell’occidente bizantino, che ha trovato a Rossano un suo rifugio e una sua fortezza.»

Questa definizione del Codex Purpureus Rossaniensis, proposta da Vittorio Sgarbi in occasione del ritorno a casa del libro dopo il complesso restauro che lo aveva condotto a Roma per 4 anni (giugno 2016), sintetizza in maniera davvero efficace il valore di uno dei libri più importanti della storia. Un’opera così significativa da meritare nel 2015 l’inserimento nel Patrimonio dell’Umanità Unesco, all’interno Registro della memoria del mondo (l’elenco dei 47 testi fondamentali da salvaguardare). Proprio in questo solco si inserisce l’evento che lo scorso 11 settembre ha visto il Codice di nuovo sotto i riflettori: la modenese Franco Cosimo Panini Editore ha presentato infatti le cinque preziose copie facsimile realizzate su commissione dell’Arcidiocesi di Rossano.

Provando a descriverlo nel modo più semplice possibile, il Codex Purpureus Rossaniensis è un grosso libro contenente il Vangelo di Matteo e (quasi tutto) quello di Marco, oltre ad una lettera di Eusebio di Cesarea a Carpiano sulla concordanza dei Vangeli. E fin qui nulla di sconvolgente. Ma l’Evangelario possiede alcune caratteristiche in grado di renderlo unico: l’origine, il supporto e le miniature.
Secondo la maggior parte degli studiosi il testo risale alla prima metà del VI secolo, sebbene l’ipotesi avanzata alla fine degli anni ’70 dalla prof.ssa Fernanda de Maffei porti ad arretrare di un secolo la sua redazione. Se i numeri romani vi dicono poco, per comprenderne a fondo l’antichità pensate che stiamo parlando del periodo in cui cade l’Impero Romano d’Occidente, in cui vive San Benedetto e in cui viene edificata la Basilica paleocristiana di San Vitale a Ravenna. Incerta anche la provenienza geografica. La tesi più accreditata ritiene il libro opera di monaci orientali, forse siriaci o palestinesi. Rispetto al supporto, le pagine rosse costituiscono la caratteristica distintiva del testo (Purpureus, appunto): tutto è confezionato con pregiate pergamene di agnello interamente colorate di porpora, probabile richiamo ad una committenza imperiale dato che a nessun altro era permesso l’uso di tale pigmento. Last but not least le miniature, il tratto più affascinante dell’opera. Le pagine, redatte in greco, sono animate da quattordici rappresentazioni grafiche, perlopiù di scene evangeliche, che attestano la straordinaria qualità artistica dell’intero volume.
Se cucite insieme queste caratteristiche, non sarà difficile comprendere l’importanza del Codex Purpureus, il più significativo esemplare tra i soli 7 codici miniati orientali esistenti al mondo, e di conseguenza il motivo per cui nel tempo è diventato un simbolo identitario dell’intera Calabria, l’equivalente librario dei Bronzi di Riace.

Tra i misteri che ancora circondano il Codex ce n’è uno che ci attrae particolarmente. Perché un Vangelo illustrato nel V secolo? Per quale finalità venne commissionato? Su questo argomento esistono tre risposte parzialmente contrapposte: le prime due, proposte dal prof. Guglielmo Cavallo, interpretano l’Evangelario come una sorta di oggetto da ostentazione, finalizzato all’esposizione durante le processioni o altri eventi solenni. Oppure come un oggetto sacro commissionato da un donatore allo scopo di facilitare la salvezza della propria anima. Un obolo per il paradiso, insomma. La prof.ssa De Maffei è invece propensa a ritenerlo destinato ad un più comune uso liturgico o divulgativo, in considerazione della preponderanza del testo scritto rispetto alle stesse immagini. Di certo l’uso delle illustrazioni ci pare particolarmente significativo. La ricchezza di dettagli e la precisa aderenza alle Scritture sembrano figlie della volontà di fornire un supporto alla comprensione del Vangelo, magari destinata anche a chi non era in grado di leggere il greco. Una sorta di Vangelo illustrato, dunque, come quello che si compra ai bambini. Forse il più antico libro illustrato giunto sino a noi.

Anche la storia del Codex potrebbe diventare un appassionante testo da leggere. Se il libro venne composto nel V-VI secolo, bisogna aspettare almeno un secolo prima che sbarchi in Italia. Furono probabilmente dei monaci orientali a condurlo a Rossano, sottraendolo alla furia iconoclasta dei bizantini intenzionati a soffocare qualsiasi accenno al culto delle immagini. Il testo trovò così un approdo sicuro in Calabria e lì restò in dote alla cattedrale greca di Rossano per secoli, perdendo purtroppo misteriosamente due dei quattro vangeli che lo completavano. Interessante il fatto che il Codice venne dimenticato, quasi snobbato, per svariati secoli. Finché un paio di studiosi tedeschi, Oskar von Gebhardt e Adolf von Harnach, lo presentarono come loro scoperta in uno scritto del 1880 dal titolo Evangelorium Codex Graecus Purpureus Rossaniensis, che tra l’altro ebbe l’onore di assegnare un titolo definitivo al manoscritto. Se il Codice è arrivato parzialmente integro fino ai giorni nostri parte del merito va anche all’arcivescovo dell’epoca che, negli anni della sua riscoperta, ne impedì la vendita agli stessi scopritori tedeschi. Facendo sì che il testo potesse avviarsi a diventare emblema della storia bizantina della Calabria e dell’intero sud Italia.

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